The Manuscripts are my textual form of expression. I love to tell stories and sometimes I feel like I need further tools to do that. That’s why since May 2018 I started my personal diary where I can share stories, thoughts and feelings


Manuscript #1 – (Scotland 10th January 2019)

When chapter is finished, another one begins. The years begin and end with a human, arbitrary reference. Our lives, our days, our months and years could have a different starting point, but we decided that January represents, voluntarily or not, a new beginning for each story. I started my Manuscripts in 2018 because I wanted to put my thoughts in words. I spent part of my life reading books since it is what I have studied for. So I start again, being aware that 2019 will be an important year for me and also for those who live around me.

A year full of new adventures and stories to tell. We are always moving towards the unknown, towards the future. It is unknown because it is a path that we draw day by day and of which we know nothing because it has yet to be discovered.

Yes, we can be afraid of it, but at the same time it is great to be able to build our future. Let’s walk then – one day we will meet, I do not know where and I do not know when, but when we are there we will look into each other’s eyes and we will recognize ourselves, people of the future


Finito un capitolo ne incomincia un altro. Gli anni iniziano e finiscono con un riferimento umano, arbitrario. La nostra vita, il nostro scandire i giorni, i mesi, gli anni potrebbe avere un punto di partenza diverso. Ma noi lo abbiamo codificato in un modo e quindi ogni gennaio rappresenta, volontariamente o meno, un nuovo inizio della storia. Ho iniziato i Manoscritti nel 2018 per una volontà di mettere sotto forma di parole i miei pensieri. Parte della mia vita l’ho trascorsa sui libri completando un percorso di studi accademico e la prima storia del 2018 raccontava un po’ anche questo.

Quindi riparto da dove avevo lasciato con la consapevolezza che il 2019 sarà un anno importante per me e anche per chi mi è vicino. Un anno che voglio pieno di stimoli, di nuove avventure e storie da raccontare. Ci incamminiamo sempre verso l’ignoto, verso il futuro. Ignoto perché è un percorso che scriviamo giorno dopo giorno e del quale non conosciamo nulla perché deve ancora dipanarsi.

E’ normale averne paura, ma allo stesso è fantastico poterlo un po’ costruire anche noi questo avvenire. Incamminiamoci allora – un giorno ci incontreremo, non so dove e non so quando, ma quando saremo lì ci guarderemo negli occhi e ci riconosceremo, noi, uomini del futuro.

Manuscript #2 – (Connemara 17th January 2019)

My son asked me something as simple as it was incredibly profound tonight and this opened up a kind of chasm in my mind, but also in my heart: “Dad which are the things you love?”… I love many things and I love them in different ways. I love the fairy touch and the humanity of Federer Roger, the dives of Boris Becker, the twists of Zinedine Zidane and Alessandro Del Piero’s goals, I love the mountains reflected in the lakes and the disproportionately large cliffs overlooking the ocean, I love my mother-in-law’s Parmigiana (but also her pizza and her supplì), I love breakfast – well deserved – at the end of a photo session at dawn, I love having friends – few but whose value is immeasurable, I love the ocean roar which leaves me that subtle veil of fear, I love coherence, I love respect, I love honesty and I love goodness of heart, even if someone likes to cripple it by giving it a negative meaning, I love tiramisu, no ifs or buts, I love long talks while walking – especially those in remote places in the middle of the night, I love traveling, traveling, traveling, I love plains surrounded by mountains, I love to listen over and over again to Time by Hans Zimmer and Outro by M83, I used to love listening to musical virtuosity – now I’m bored listening to it, but it’s not a reason to deny the past, I love playing guitar and write new songs, I loved to play in a band – I can’t do it anymore but I still think it’s incredibly cool, I love my mountains which amaze me all the time and I also love my sea – but only in winter, I love my colleagues because “you die with envy while you live with respect”, I love handshakes when they’re strong, I love Thin red line of Terrence Malick, 2001 A Space Odyssey and 21 Grams although I know that I will cry every time like the first one, I love my family, I love my brothers when they make me feel like their little one even now that I’m 43 years, I love my children, I love when they tell me that I am their favorite dad (it sounds weird, but I like it anyway), I love when they distort the words because I am sure that one day they could correct me, probably soon, I love my wife because… I love her, you can’t always always explain the love, but I love her because she’s the cornerstone of my family and the mother of my children. I love to tell stories, but this is another story


Mio figlio stasera mi ha chiesto una cosa tanto semplice quanto incredibilmente profonda e questo ha aperto una specie di voragine nella mia mente, ma anche nel mio cuore: ” Papà tu cosa ami?”. Papà tu cosa ami… ma io amo tante cose e le amo in modo diverso tra loro. Io amo il tocco fatato e l’umanità di Federer Roger, i tuffi di Boris Becker, le giravolte di Zinedine Zidane e i gol a giro di Alessandro Del Piero, amo le montagne riflesse nei laghi e le scogliere sproporzionatamente grandi a picco sull’oceano, amo la parmigiana di mia suocera (ma anche la sua pizza e i suoi supplì intendiamoci), amo la colazione – meritata – alla fine di una sessione fotografica all’alba, amo avere amici – pochi ma il cui valore è incommensurabile, amo l’oceano che ruggisce lasciandomi quel sottile velo di paura, amo la coerenza, amo il rispetto, amo l’onestà e amo la bontà d’animo anche se qualcuno si diverte a storpiarla dandone un’accezione negativa, amo il tiramisù senza se e senza ma, amo le passeggiate con chiacchierata annessa – soprattutto quelle in posti remoti nel cuore della notte, amo viaggiare viaggiare viaggiare, amo le pianure circondate da montagne, amo ascoltare a ripetizione Time di Hans Zimmer e Outro degli M83, ho amato ascoltare virtuosismi musicali a ripetizione – ora mi annoiano, ma non per questo devo rinnegare il passato, amo prendere la chitarra e immaginare sempre nuovi pezzi, ho amato suonare in gruppo – non posso farlo più ma continuo a pensare che sia dannatamente appagante, amo le mie montagne che mi emozionano tutte le volte e amo anche il mio mare – ma solo in inverno, amo i miei colleghi perché d’invidia si muore mentre di rispetto si vive – e anche bene, amo le strette di mano quando sono cazzute, amo riguardare La sottile linea rossa di Terrence Malick, 2001 Odissea nello spazio e 21 Grammi anche se so che piangerò tutte le volte come la prima, amo la mia famiglia, amo quando i miei fratelli quando mi fanno sentire il loro piccolo anche ora che 43 anni, amo i miei figli, amo quando mi dicono che sono il loro papà preferito (suona inquietante, ma mi piace lo stesso), amo quando storpiano le parole perché sono certo che un giorno potrebbero correggermi un congiuntivo – probabilmente presto, amo mia moglie perché… perché l’amo, non va spiegato sempre l’amore, ma l’amo anche perché è l’architrave della mia famiglia e la mamma dei miei figli. Amo raccontare storie, ma questa è un’altra storia

Manuscript #3 – (Rocca Calascio – February 2019)

Close your eyes and think you’re there. Dream of flying around it. There is no explanation for feelings. Photography is the same. Those who live photography in a way, only take a very small part of it.

Perhaps it’s not true that we shoot only for ourselves, the Vanity of the photographer is something real and who denies it knows he is lying. But in the same way it is true that we shoot “also” for ourselves. The photos are memories, but they are magic too. They create a new reality, not only for those who just look at them, but also for their creators.

So you look for different feelings, you move away from reality when you need it, when negative thoughts try to enter your brain. Art has saved lives, taken us away and channeled our energies into something positive. And then we close all eyes and think of something beautiful, in whichever its form is. We will begin to smile and we will want to tell someone a story. When you want to tell a piece of your life you do it because you want to share a part of your experiences, you want to give a bit of positivity.

It is cathartic, at least for me, it makes me feel better and I always hope that this positive aura can reach, at least a little, even those who are listening to me. And those who know me know that inside me there is always the enthusiasm of the child who loved to read adventure stories for hours sitting on the couch. And then before going to sleep I will think back to that child who thoughtlessly wandered with his mind like I do now. And thanks to those who have read this piece… writing these words made me feel better too


Chiudi gli occhi e pensi di essere lì. Sogni di volarci attorno. Non c’è una spiegazione alle sensazioni. La fotografia è anche questo. Chi la vive in modo utilitaristico ne prende solo una parte infinitesimale.

Forse non è vero che scattiamo esclusivamente per noi stessi, la Vanità del fotografo è un qualcosa di tangibile, reale, chi la nega sa di mentire. Ma allo stesso modo è vero che scattiamo “anche” per noi. Le foto sono memoria, ma sono anche magia. Creano una nuova realtà, non solo per chi le guarda esternamente, ma anche per i creatori stessi.

E allora cerchi delle sensazioni diverse, ti allontani dalla realtà quando ne hai bisogno, quando altri pensieri meno positivi provano a entrare nel tuo cervello. L’arte ha salvato delle vite, ci ha portato via e ha canalizzato le nostre energie in qualcosa di positivo. E allora chiudiamo tutti gli occhi e pensiamo a un qualcosa di bello, in una qualsivoglia forma. Cominceremo a sorridere e ci verrà voglia di raccontare a qualcuno una storia. Quando hai voglia di raccontare un pezzo della tua vita lo fai perché vuoi condividere una parte delle tue esperienze, vuoi regalare un briciolo di positività.

E’ catartico, almeno per me, mi fa stare meglio e spero sempre che quest’aura positiva possa scivolare, almeno un po’, anche su chi mi ascolta. E chi mi conosce sa che dentro di me c’è sempre l’entusiasmo del bambino che amava leggere le storie di avventura per ore seduto sul divano. E allora prima di andare a dormire ripenserò a quel bambino che senza pensieri vagava con la mente come faccio io adesso. E grazie a chi avrà letto… sappiate che scrivere queste parole ha fatto stare meglio anche me

Manoscritto n°4 – (Il deserto – 22 febbraio 2019)

Ore 01.00 – Autostrada Dubai – Abu Dhabi: faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Probabilmente quasi chiunque opterebbe per una doccia e giù sotto le coperte. Noi invece ci fermiamo a comprare cioccolata, Pringles, Oreo, succhi vari perché la notte la passiamo nel deserto. C’è la luna piena.

Ore 1.30 – Partiamo dall’albergo di Abu Dhabi dopo aver lasciato qualcosa in stanza e preso il necessario. 2.45 andiamo verso il nulla. C’è grande elettricità, sia fuori con i mille-mila lampioni che rischiarano il deserto, sia nella nostra macchina che sfreccia, bianca, unica, lungo strade inutilmente enormi.

Ore 2.45-3.50 – La strada può portare ovunque, sempre uguale, sempre scura sotto la luna piena. Niente, nulla, nessuno. Impossibile vedere cosa ci sia attorno a noi. Più attraversiamo il vuoto, più ci addentriamo, più siamo curiosi.

Ore 3.51 – Improvvisamente giriamo a destra, le luci scompaiano e le dune, alte, marziane sono tutte attorno a noi. Silenzio. Siamo estasiati, l’eccitazione cresce, nessuno parla, l’elettricità si concentra tutta dentro il veicolo.

Ore 4.00 – C’è sempre un momento in cui l’entusiasmo rischia di sfociare in un eccesso. Ci sono tanti tipi di eccesso – verbale, comportamentale – a voi la scelta. In questo caso l’eccesso si concretizza in un magistrale insabbiamento del veicolo. Tanto classico quanto poco provvidenziale a 5km dal punto finale.

Ore 04.01 – Benissimo! No, benissimo un corno. Sì ma va bene, un fuoristrada insabbiato a 6.3 metri dalla strada è come un Hamilton qualunque che si pianta prima dell’uscita box. Spingiamo e ne veniamo fuori (spingiamo?! Va bene, spingo anche io).

Ore 4.15 – Spingiamo 1,2,3,4,5…

Ore 4.30 – Spingiamo 10,11,12,13,14,15…

Ore 5.00 – Si cominciano a evocare film rassicuranti – Final Destination, 127 ore

Ore 5.15 – Quando provi le soluzioni banali e non vanno ti senti legittimato a provare quelle presuntamente geniali, dall’asportazione dei tappetini da infilare sotto alle gomme, all’utilizzo di blocchi di cemento, dallo smontaggio di segnali stradali all’utilizzo della gomma di scorta. Oltre questo si cerca solo il sincretismo della preghiera – in territorio musulmano non si guarda in faccia al Dio di cui si ha bisogno e si invocano tutti insieme

Ore 5.45 – Gli Dei si sono esauriti, la luna non è ancora scomparsa e la macchina scende sempre più. Al prossimo tentativo probabilmente il fondo della macchina si appoggerà alla sabbia. A questo punto alla mente arriva anche il film, tratto da una storia vera, Alive. Sono abbastanza certo di rimanere ultimo nel gruppo (sì cari amici, lo sapete che è vero).

Ore 6.00 – Per tirare fuori la macchina non sono bastate la marcia ridotta, le preghiere, i tappetini e i cartelli stradali. Forse ci vuole il soccorso: “We are stuck in the sand”. “Where?”. “At 6-7 metres from the road”. “Are you drunk?”. Domanda legittima se non fosse che per avere una birra qui te la devi portare dall’Italia. Nevermind, ci arrangiamo.

Ore 6.45 – L’alba che speravo di fare non so neanche io bene dove, ma certamente non a bordo macchina, arriva. Il paesaggio si scopre attorno e attenzione, non è per niente male. Cominci ad arrampicarti su una duna molto alta e senti il motore di un veicolo. Fino a 4 ore prima non avevamo visto un solo veicolo.

Ore 7.00 – Dal nulla cominciano a passare veicoli uno dopo l’altro, ma primo di tutti è un camion dal quale scendono 4 tipi loschi, ma disponibili. Ma non hanno una fune. Idea: bagnare la sabbia.

Ore 7.05 – Arriva un’altra macchina. Ha una fune. No, non è vero. Ma come no, aveva detto di sì.

Ore 7.10 – Col drone si scopre un accampamento più avanti, basta provare a chiedere per una fune. Come si potrebbe non averla in mezzo al deserto.

Ore 7.15 – Nell’attesa si cerca di fare rimanere con noi i tipi del camion, corrompendoli con gli Oreo (ma non erano miei?! – oltre il danno la beffa)

Ore 7.20 – la fune c’è, il fuoristrada per tirarci fuori pure. L’odissea sta per concludersi. Al posto della macchina, alla luce del sole, c’è un cratere. Se avessimo scavato ancora si arrivava in Nuova Zelanda (o magari in mezzo al Pacifico)

Ore 7.30 – una nuova storia ha inizio. Completatela come volete, ma rimanete sempre sulla strada principale

Manuscript n°5 – (Inishmore – Ireland – 29th March 2019)

Un termine di orologeria che mi ha sempre affascinato è “complicazioni”. Da dizionario le complicazioni sono “tutte quelle funzioni che l’orologio base a carica manuale fornisce in più rispetto l’ora, i minuti ed i secondi”, quindi fasi lunari, cronografo ecc. Già la parola in sé porta a pensare.

Le complicazioni hanno connotazioni straordinariamente positive e negative e non molti termini possono fregiarsi di una caratteristica simile. In passato sono stato un amante delle “complicazioni positive”, una su tutte la musica. Avevo la sensazione che più fossero complessi i passaggi realizzati e più fosse interessante il pezzo. Questa vertigine ha avuto un culmine qualche anno fa, un vertice incredibile e un po’ onanistico che pian piano nel corso degli anni è andato a sgonfiarsi. Ora ad esempio ciò che mi affascina di più è il “mood”, lo stato d’animo. Prevalentemente un visione più intimista e riflessivamente positiva. Meno note e più coinvolgimento.

E’ per questo che passeggiando alle isole Aran, in una giornata tiepidamente fresca, dove il sole a volte si affacciava timidamente ho pensato che probabilmente non avevo più bisogno delle complicazioni o quantomeno non come prima. Mi bastava guardare i miei figli, la mia famiglia, scambiare pensieri profondi e frivoli indistintamente con amici, persone che stimo, che amo, che amerò e coi piccoli esserini che hanno una mia parte di sangue. Niente di più. Adoro conversare, camminare e marginalmente scattare qualche foto. E cercare tesori.

E’ una ricerca meravigliosa e solo chi ha le mente pura può trovarli. Perché se a 5 e 6 anni capisci capisci che il tesoro è dentro di te, la vita probabilmente sarà molto più bella e stimolante.

Manuscript #6 – (Kuala Lumpur – Malaysia – 17th April 2019)

Quando ogni sera andiamo al letto e ripensiamo alla nostra giornata complicata, ai pagamenti da fare, ai problemi che ci affliggono e che sono assolutamente reali, dimentichiamo la fortuna del far parte di un’area geografica del mondo dove la vita è certamente più semplice rispetto ad altre. In realtà lo sappiamo benissimo, ma a volte – appunto – lo dimentichiamo. Ma è un concetto che è ben chiaro al nostro cervello e che, inconsciamente, ci fa amare la scoperta di luoghi TOTALMENTE diversi dai nostri. Li guardiamo sempre con occhi distanti, come se tutto ciò non fosse reale. Ma lo è. I visi che si susseguono in questa carrellata sono di persone che mangiano, lavorano, fanno l’amore esattamente come noi. Ma in modo diverso. Ma siamo uomini ovunque, i bisogni primari sono identici, ma abbiamo un modo di esprimerli differente.

Appena arrivati a Kuala Lumpur ti assale il caldo, l’afa insopportabile, la pioggia che arriva ogni giorno, a volte in modo catastrofico anche se spesso per pochi minuti. Nessuno se ne cura, in tanti vanno in scooter a prescindere dal meteo. Una delle prime cose che non puoi non notare è il tentativo di assomigliare alla cultura occidentale, il costruire enormi grattacieli e trasformare la città in quello che non è. Spersonalizzare la cultura locale invece di farla evolvere a una nuova dignità. E allora guardi le Torri Petronas e pensi che siano un po’ come i grattacieli di Dubai, senza cuore.

E allora il modo per entrare è cercare la cultura locale, primitiva in tante cose, ma certamente più tangibile.

E allora scopri che è incredibilmente variegata in una nazione ex colonia occidentale dove la metà della popolazione è malese, ma un quarto è cinese e un’altra parte di derivazione indiana. Quindi è un crogiolo anche di religioni, di simboli diversi, di varietà.

Per raccontarla dovevo essere più vicino fotograficamente, ci voleva un 35mm per non sentirmi distante, per ascoltare le voci, per sentire gli odori spesso sgradevoli ma caratteristici. Il caos multiforme lo porterò con me dall’Asia… fino alla prossima storia

Manoscritto n°11 – (Spa – Belgio – 25-28 luglio 2019)

24 Hours Faces – Avete mai pensato a quello che fate nel corso di una giornata? Quali sono i vostri pensieri, i vostri incontri, a come scorre il vostro tempo in quelle 24 ore, in quei 1440 minuti, durante quegli 86400 secondi? Dormirete dalle 5 alle 8 ore, trascorrerete un’ora e mezza mangiando, un tempo che non voglio questionarvi a fare l’amore con la persona che amate (o con altre che amate meno), un’ora a correre dietro a un pallone vero e almeno un’altra a discutere della stessa cosa con uno sconosciuto su internet. Maledirete poi il traffico della vostra città quando chiusi in auto spenderete altri 7-8000 secondi. Tutto incredibilmente lungo ma allo stesso tempo brevissimo a seconda della prospettiva. E allora provate a pensare a una gara che sia lunga 24 ore, 1440 minuti, 86400 secondi consecutivi. Alle persone che, contemporaneamente, devono dare tutto quello che hanno, per far sì che questa storia sia raccontata. Ecco, in quelle 24 ore, tutto gira attorno alla gara, ogni altro pensiero va messo da parte o almeno bisogna provarci. Dal mio punto di vista non è la prima, ma è come se lo fosse. Avevo il compito di raccontare una storia e alla fine tutto è diventato “emotional” perché sono così, non posso guardare, scattare e raccontare senza provare a entrare dentro la storia. E la storia mi ha inglobato, mi ha fatto sua e mi si è impressa sul corpo, mi è scivolata sotto la pelle e mi ha fatto anche un po’ male, perché un evento sportivo ha la sua piccola dose di difficoltà, di sofferenza ed è straordinario poterla raccontare. Durante quei 20 mila respiri tutto ruota attorno a un obiettivo. Dal lato dei media si tratta di un lavoro totalmente diverso: nell’ora in cui di solito vai verso l’albergo a riposare, sei ancora agli inizi e tutti sono sui computer a fare editing o a mandare comunicati stampa, sempre con un occhio ai tempi e alle immagini della gara dove si susseguono curve, sorpassi, incidenti, delusione, felicità. Poi la notte comincia a scendere qualcuno più fortunato può concedersi qualche ora di riposo in albergo mentre chi rimane sa che troverà qualche sedia di fortuna sulla quale stendersi per dormire un’ora o al massimo due, con le sveglie che cominciano a suonare a turno, leggère per non disturbare i colleghi ricordando che ci si deve ripreparare per un pit-stop o per valutare la situazione della gara. Ci sarà una safety car? La pioggia continuerà battente nella tremenda e spaventosa notte? Quest’anno c’è stata persino una bandiera rossa. Non si può correre, troppo pericoloso. Troppo. Alle 5.30 del mattino, in uno dei momenti più complessi a livello fisico e mentale, tutto viene fermato. E allora chi deve provare a recuperare qualche energia spuria, si gode un inaspettato sonno, certo con un occhio aperto e uno chiuso, ma sempre una goccia di riposo prezioso. Scendo scendo nel box e trovo quasi tutti addormentati. Voglio scattare delle foto e invece riesco a farne una sola, perché mi sembra di violare quel momento così intimo, dove tutti trovano una sistemazione di fortuna, principalmente per terra, per poter ricaricare il proprio corpo. Ed è in quel momento che penso ai piloti, a quanto siano diversi da me e a quanto cerchi, non riuscendoci, di immedesimarmi in loro. Riesco a immedesimarmi nell’adrenalina di una gara “normale” ma non in quella di una 24 Ore. Quanta tensione, quanta paura, quanta voglia possono stare dentro una singola persona per così tanto tempo? Quanto bisogna essere concentrati e qua ti sì è svuotati alla fine? E allora guardo i loro visi, le loro posizioni sulla pit-lane in attesa di salire in macchina di nuovo perché la gara sta per ripartire in una mattinata un po’ più clemente e noto che sono diversi da quelli che avevo fotografato le altre volte e questo mi ha segna, mi fa immedesimare a un livello differente, più profondo e più forte e mi fa capire l’umanità delle gare, che pur se combattute su dei mezzi meccanici, hanno dentro il cuore delle persone. E quegli occhi non li dimenticherò facilmente

Manuscript #15 – (Italy – Germany – China – Canada – California – August/September 2019)

Oggi 18 settembre, mentre sono seduto su un autobus di notte penso alle tre settimane appena trascorse, ai 24 fusi orari attraversati in 14 giorni (6+9+9), 5 nazioni e tre continenti. 32767 chilometri di rotte aeree (1134*2 Roma – Dusseldorf, 9189 Roma – Shanghai, 9036 Shanghai – Vancouver, 1288 Vancouver – San Francisco, 9142 San Francisco – Lisbona 1844 Lisbona – Roma) ai 16 taxi (di cui tre diverse per raggiungere una stessa destinazione), due macchine a noleggio; dalle 11 alle 13 lingue diverse ascoltate, una birra tedesca bevuta insieme a una pizza Pinocchio gigante vera italiana cucinata da iraniani e una Pepsi come brindisi insieme a una tavolata di cinesi diversamente sobri oltre che un succo all’arancia che doveva essere un caffè (o viceversa, chi può dirlo) e un delizioso sidro Golden Gate in un ristorante messicano. Mi sono emozionato per un sorpasso dentro un taxi cinese come quando vedevo Boris Becker vincere il primo Wimbledon e ho gentilmente mandato via un venditore di orologi discutibilmente originali dopo che lo stesso mi ha proposto l’affare per la quarta volta in 8 minuti. Ho ordinato (no, “abbiamo” ordinato… no l’ho solo mangiata in realtà) un’altra pizza alle 3 di un mattino nebbioso in un albergo di Shanghai guardando uno streaming saltellante di un match di tennis che si svolgeva a 12 ore di fuso orario da me. Ma mai buona come quella di Piccolo Pizza a un angolo trafficato di San Francisco dove puoi, in giorni diversi 1) incontrare uno dei tuoi più cari amici italiani che vivono a Dublino, 2) assistere a un inseguimento della polizia con tanto di sirena e Mustang rosso fiammante 3) diventare Best customer in due giorni e farti offrire una maxi cola (tutto questo cercando di non farti sparare dai “fedelissimi” che popolano la città). E poi mi sono cullato nello stordimento da jet-lag parlando di geopolitica al 24esimo piano in una notte silenziosa di Shanghai.
Abbiamo gridato come pazzi dentro un taxi cinese guardando l’ultima gara di un campionato coinvolgendo l’autista nei festeggiamenti. Ammetto di avere urlato prima della linea d’arrivo, ma ero certo, ce l’avevamo fatta, sì, sì, sì!!!
Sono stato stalkerizzato da un vecchio americano di origine anconitana in coda all’aeroporto di Vancouver che voleva probabilmente raccontarmi tutta la trama di Moby Dick, ma non sono stato l’unico e questo mi ha confortato.Ho potuto constatare sul molo 39 (Pier 39) che i leoni marini, se fossero esseri umani, avrebbero già estinto la loro specie… a morsi! Ho visto un gentleman veneto contrattare con i cinesi in un fake market stile Matrix fino al sudore estremo, ma vincere, sempre, senza se e senza ma! Ho trovato un equilibrio tra l’entusiasmo spesso “unnecessary” degli americani e allo stesso modo “unnecessary” rudezza dei cinesi. Ho brindato alla salute di un fratello sul balcone affacciato sulla Skyline di Shanghai mentre le luci si spegnevano e percorso i corridoi del più antico hotel… la felicità va condivisa e quella sera l’abbiamo condivisa in quattro. Ho ammirato il tramonto sulle dune di Monterey, riso da pazzi raccontando la storia di una capra che mi perseguitava a 10 mila km da lì in una fattoria scozzese e cercato di sfuggire a l’ultima onda del ruggente oceano, ma non ci sono riuscito, con buona pace delle mie scarpe! Ho apprezzato la sincerità nel regalare un bottiglia di vino alla fine di una stagione trascorsa insieme e mi ha fatto battere il cuore. Ho visto tre tipi andare in giro con un bus giallo e rimorchiare due bionde giusto nel tempo di scendere dallo stesso (only in America, buddy). Mi sono sentito in colpa quando ho impugnato la racchetta di Rafa Nadal e mi piaceva più della Wilson di Federer – Roger perdonami… se puoi. Ho parlato davanti al Golden Gate con un canadese di origine cinese che era stato in Italia, mentre io ero stato in Canada il giorno prima dopo essere stato in Cina e poi boh, era già confusa così la cosa. Ho ascoltato, perplesso, un venditore di neon russo lamentarsi dall’immigrazione in America. Ho camminato per circa 230km e fatto oltre 300 mila passi per poter assistere a molte di queste cose, ma ne avrei fatti anche il doppio se fosse stato necessario. Ora ripenso al fatto che volevo raccontarvi qualcosa, ma sono troppo stanco e se non vi dispiace sarà per un’altra volta!

Manuscript n°16 (Shanghai – China – September 2019)